L’Assemblea generale delle Nazioni Unite, grazie all’iniziativa di Akan Rakhmetullin, Rappresentante Permanente del Kazakistan, ha proclamato il 2026 “Anno internazionale dei volontari per lo sviluppo sostenibile”, riconoscendo che il volontariato è un potente mezzo di attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. L’adozione di questa risoluzione ha lo scopo innanzitutto di valorizzare il contributo di circa 1 miliardo di volontari, che con la loro attività rafforzano la resilienza nelle crisi, sostengono i servizi sociali e promuovono pratiche sostenibili a livello locale e globale, e poi di integrare il volontariato nelle strategie per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, invitando governi, organizzazioni e società civile a creare ambienti abilitanti per il volontariato.
L’invito dell’ONU è stato accolto dall’Italia: infatti le esperienze di volontariato acquisiranno un riconoscimento formale anche all’interno del sistema scolastico e di quello lavorativo grazie al decreto firmato il 31 luglio scorso dai Ministeri del Lavoro, dell’Istruzione e del Merito, dell’Università e della Ricerca e della Pubblica Amministrazione e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 248 del 24 ottobre. Il provvedimento, che qualifica il volontariato come un contesto di apprendimento non formale in cui si sviluppano competenze sociali, civiche e trasversali, stabilisce i criteri operativi per l’individuazione e la valutazione delle competenze maturate durante le attività solidali.
Per ottenere il riconoscimento delle competenze, il volontario deve operare presso un Ente del Terzo Settore (ETS) e svolgere almeno 60 ore di attività in un anno.
Il percorso di apprendimento segue tre tappe obbligatorie:
1. accordo iniziale: Ente e volontario firmano un progetto personalizzato;
2. supporto: Il volontario viene seguito da un tutor durante l’attività;
3. certificazione: al termine l’Ente rilascia un “documento di trasparenza” che attesta ufficialmente quanto appreso e fatto dal volontario.
Le opportunità offerte da questo tipo di attività sono varie e vanno dall’impegno locale nelle associazioni ambientali e sociali alla partecipazione a progetti internazionali.
L’espansione del volontariato, però, porta con sé dei rischi: la sovra-dipendenza da lavoro volontario per servizi essenziali; la mancanza di tutele e formazione; la possibile frammentazione degli sforzi senza un coordinamento istituzionale.
È quindi cruciale che le politiche pubbliche e le ONG lavorino per garantire sistemi di supporto, il riconoscimento formale e la protezione dei volontari, evitando che il volontariato diventi un sostituto del lavoro retribuito o un palliativo per carenze strutturali.
Il 2026, dunque, offre un’opportunità storica per ripensare il ruolo del volontariato nel promuovere società più giuste e sostenibili, ma per trasformare l’energia civica in risultati concreti servono politiche pubbliche, investimenti in formazione e meccanismi di valutazione dell’impatto che mettano i volontari nelle condizioni di agire con efficacia e sicurezza.
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