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RIFLESSIONI

Dai ricordi alle storie quotidiane: riflessioni sui nonni

Quando penso ai miei nonni, la prima cosa che mi viene in mente non è una grande lezione di vita, ma il rumore della tv accesa a volume troppo alto o l’insistenza con cui mi chiedono se ho mangiato, anche se ho appena finito di pranzare. Spesso noi ragazzi consideriamo i nonni come persone “fuori dal tempo”, gente che si confonde se deve inviare un messaggio su WhatsApp o che ripete sempre le stesse cose. Però, a pensarci bene, i nonni sono molto più di questo.

Oggi viviamo tutti di corsa, sempre attaccati al telefono per guardare cosa fanno gli altri sui social. I nonni sono l’esatto opposto. Hanno tempo per gli altri. Se ci si siede a parlare con loro, non hanno l’ansia di controllare le notifiche ogni due minuti, ma ascoltano con attenzione. Questa è la prima qualità dei nonni che mi colpisce: la loro capacità di esserci davvero. Quando raccontano dei tempi in cui erano giovani loro, di come si divertivano con niente o di quanto fosse diversa la scuola, sembra di ascoltare storie di un altro pianeta. Ma quelle storie servono, perché ci ricordano che esiste un mondo reale fatto di persone e non solo di schermi.

C’è poi un lato più pratico che spesso diamo per scontato. Per molti di noi i nonni sono dei veri “salvavita”. Sono quelli che ti vengono a prendere a scuola se i tuoi lavorano, quelli che ti regalano i dieci euro di nascosto o che ti cucinano il tuo piatto preferito quando sei giù di morale. Hanno una pazienza che i genitori, stressati dal lavoro, spesso non hanno più.

Certo, a volte è difficile capirsi. Noi siamo la generazione del “tutto e subito”, loro quella del “bisogna aspettare”. Magari ci scontriamo perché non capiscono per quale motivo stiamo tutto il giorno collegati su TikTok e noi non comprendiamo perché si ostinino a conservare tutto, anche i nastri dei pacchi regalo. Ma è proprio questo il bello. Insegnare a mio nonno a usare Google Maps o fargli vedere una foto su Instagram è un modo per farlo entrare nel mio mondo, così come lui fa entrare me nel suo, quando mi spiega come si cura una pianta o come si aggiusta un oggetto rotto.

Credo che i nonni si possano paragonare alle radici: non le vedi, stanno sotto terra in silenzio, ma senza di loro la pianta può cadere alla prima folata di vento. Forse ogni tanto dovremmo toglierci le cuffie, sederci in cucina con loro e chiedere: “Nonno, nonna, mi raccontate di quella volta che…?”. Potremmo scoprire che le storie migliori non sono quelle che leggiamo quando scorriamo il feed di un’app, ma quelle raccontate a voce mentre beviamo un caffè.

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