Viviamo in un’epoca complessa, profondamente condizionata da un modello culturale che mette al centro la perfezione, il successo immediato e il dover essere sempre impeccabili.
Ciò emerge nella vita di tutti i giorni, soprattutto attraverso l’uso dei social network, piattaforme su cui ognuno di noi tende a mostrare esclusivamente la parte migliore e vincente della propria quotidianità.
Si condividono i traguardi raggiunti, i filtri migliori e i momenti di felicità, mentre i dubbi, le fragilità e, soprattutto, i fallimenti vengono sistematicamente nascosti, perché considerati segni di debolezza.
Questa narrazione distorta della realtà ha un impatto fortissimo su noi giovani, in particolare all’interno del sistema scolastico e nelle relazioni con i pari e i famigliari.
La ricerca costante di una prestazione ideale ha trasformato l’errore in un vero e proprio tabù. Sbagliare non viene più visto come un momento normale del percorso di crescita di una persona, ma come una colpa pesante e un fallimento personale definitivo. Tutto ciò genera nelle nuove generazioni un’ansia da prestazione costante, il timore continuo del giudizio degli altri e la paura di non essere mai all’altezza delle aspettative dei professori, della società e della famiglia.
Tuttavia questa visione così rigida della vita è sbagliata e rischia di bloccare la nostra maturazione. Sbagliare non è una vergogna di cui scusarsi, bensì la componente più umana, inevitabile e utile del nostro percorso. È proprio attraverso il confronto con l’errore e con il fallimento che si impara a reagire alle difficoltà e si capisce chi siamo veramente.
A sostegno di questa idea basta pensare che l’apprendimento si basa da sempre sul meccanismo del tentativo e dell’errore. Fin da bambini, l’unico modo che abbiamo per imparare a camminare è provare, cadere e riprovare. L’esperienza non è una linea retta, ma una strada tortuosa fatta di correzioni continue.
Se allarghiamo lo sguardo alla storia della scienza, ci rendiamo conto che i più grandi traguardi sono stati il frutto di errori e di tantissimi tentativi falliti. Lo sbaglio non è il contrario del progredire, ma il suo motore principale.
Inoltre, l’errore ci costringe a riflettere: quando tutto va bene, agiamo in modo automatico, mentre quando sbagliamo siamo costretti a fermarci e a cercare soluzioni alternative.
Chi non commette mai errori, molto spesso è solo chi non rischia mai e preferisce rimanere immobile nella propria zona comfort. Questa obiezione però, per quanto specchio della realtà attuale, non tiene conto del sistema rigido in cui viviamo. Tuttavia una società che non tollera l’errore crea solo individui insicuri e ansiosi.
Se portiamo all’estremo la paura di sbagliare, l’effetto immediato è il blocco dell’iniziativa personale.
A scuola, ad esempio, se uno studente teme il voto insufficiente o il giudizio dei compagni, rischia di smettere di intervenire, porre domande o esprimere un’opinione originale, preferendo il silenzio.
La paura del fallimento spegne la curiosità e uccide la creatività, togliendo il piacere di scoprire o di mettersi in gioco e partecipare.
Credo sia urgente scardinare questa paura del fallimento e restituire all’errore il valore che merita: quello formativo. Sbagliare è un diritto fondamentale, uno spazio di libertà che dobbiamo difendere.
Per superare l’angoscia che spesso blocca le nostre giornate, è necessario un cambio di mentalità: la scuola, le famiglie e la società tutta dovrebbero smettere di valutare, di giudicare, e iniziare a valorizzare il percorso e la capacità di rialzarsi dopo una caduta.
Solo accettando che sbagliare sia normale potremo smettere di inseguire una perfezione artificiale e iniziare a crescere davvero.
di Adelaide Scalici – II F TGM
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