Oggi ricorre il 25° anniversario della morte di Gino Bartali, uno dei più grandi ciclisti italiani di tutti i tempi.
Bartali nacque nel 1914 a Ponte a Ema, vicino Firenze, e già a tredici anni si avvicinò al mondo del ciclismo, utilizzando la bicicletta per andare a scuola ogni mattina e lavorando di pomeriggio nell’officina di un suo compaesano. Cominciò a gareggiare a diciassette anni e a ventuno esordì come professionista. Nel 1938 vinse il suo primo Tour de France, ma la sua vittoria non fu adeguatamente festeggiata, perché Gino si rifiutò di indossare la camicia nera, come prevedeva l’allora dominante regime fascista per il quale l’atleta non provava alcuna simpatia. Dieci anni dopo, nel 1948, Bartali, ormai uno dei concorrenti più anziani, avrebbe vinto il suo secondo Tour, distogliendo l’attenzione degli Italiani dal grave momento di tensione politica seguita all’attentato contro Palmiro Togliatti, leader del PCI.
Dal 1938 al 1940 Bartali continuò a vincere, ma l’entrata in guerra dell’Italia lo costrinse a interrompere l’attività agonistica.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Bartali riprese a gareggiare, dando vita a una serie di entusiasmanti sfide sportive con un altro asso del ciclismo italiano, Fausto Coppi. L’accesa competizione tra i due divise l’Italia tra i tifosi dell’uno e quelli dell’altro, ma ha anche lasciato un fulgido esempio di lealtà sportiva: durante il Tour de France del 1952 “vengono immortalati da un fotografo durante lo scambio di una borraccia mentre scalano i tornanti del Col du Galibier. La foto non lascia intendere chi dei due stia passando la borraccia all’altro, e se da un lato il mistero divise le tifoserie dei due atleti, che non vollero mai svelare la realtà dei fatti, dall’altro contribuì a rendere la foto un’icona, il simbolo di una nazione spaccata negli ideali, che però tende il braccio verso l’unità, mettendo da parte i conflitti personali in favore della stima e del rispetto reciproco” (“Coppi e Bartali: la rivalità che unì una nazione”, in https://esn.it).
Ritiratosi dall’attività agonistica nel 1956, Ginettaccio, come era chiamato per la sua nota vena polemica e il carattere spigoloso, divenne allenatore e poi commentatore, rimanendo sempre nel cuore degli Italiani, sportivi e no, tanto che negli anni ’90 venne chiamato a condurre la popolare trasmissione televisiva “Striscia la Notizia”.
Morì a Firenze il 5 maggio 2000 e dopo la sua morte si è scoperto che Bartali non era stato solo un campione nel mondo del ciclismo, ma anche un eroe nella storia dell’umanità per il suo coraggio e la sua determinazione nel salvare centinaia di ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Tra il 1943 e il 1944, con la scusa di allenarsi per mantenersi in forma, trasportò documenti falsi, nascosti nel telaio della sua bicicletta, da una stamperia clandestina di Assisi fino a Firenze dove il vescovo li distribuiva agli Ebrei per farli espatriare, sottraendoli così alla barbarie nazista. Fedele al suo motto “il bene si fa, ma non si dice”, Bartali parlò pochissimo della sua attività nell’efficacissima rete clandestina che aveva salvato centinaia di ebrei in Toscana, in Liguria e in Umbria. Solo dopo la sua morte, come già scritto, il mondo ha conosciuto i suoi meriti: nel 2005 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi lo ha insignito della Medaglia d’oro al merito civile della Repubblica italiana e, nel 2013, il Memoriale Yad Vashem di Gerusalemme, l’ente nazionale dello Stato di Israele per la memoria della Shoah, lo ha proclamato “Giusto tra le Nazioni” (v. A.TOSCANO, “Gino Bartali (Firenze, Italia, 1914 – Firenze, Italia, 2000) il campione che salvò gli ebrei”, in https://it.gariwo.net).
Gino Bartali può essere quindi considerato un simbolo di umanità e di coraggio: la sua storia è un esempio di come lo sport e l’umanità possano intrecciarsi in modo stabile.
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