Grazie all’incontro “Martiri per la verità: l’eredità di Pino Puglisi e Rosario Livatino”, organizzato dalla nostra Scuola lo scorso 5 marzo, ho avuto la possibilità di conoscere la figura di Rosario Livatino, di cui finora non avevo sentito parlare. All’incontro hanno presenziato l’avvocato Luca Insalaco e il giornalista Francesco Palazzo, appartenenti all’UCSI, Unione Cattolica della Stampa Italiana; era infatti presente anche il vicepresidente UCSI Sicilia.
Mi sono resa conto che a volte, quando sentiamo parlare di lotta contro la mafia, ci sembra di ascoltare storie di supereroi irraggiungibili, personaggi immensi, giganteschi, che sembrano usciti da un film. Ma la storia di oggi è diversa, è quella di Rosario Livatino, il magistrato passato alla storia con un soprannome particolare: il “giudice ragazzino”. Quando è stato ucciso dalla mafia, il 21 settembre del 1990, aveva solo 37 anni, praticamente un ragazzo con grandi responsabilità. Ed è proprio questa la cosa assurda e bellissima di Livatino: era un ragazzo normale.
Non cercava i riflettori, non andava in tv, non era il tipo che faceva discorsi clamorosi. Era uno che aveva studiato tantissimo ed era entrato in magistratura giovanissimo. Faceva il suo lavoro al tribunale di Agrigento in modo silenzioso, metodico. Nel 1979 divenne sostituto procuratore presso il Tribunale di Agrigento, dove operò ininterrottamente per un decennio, portando avanti, con rigore ed equilibrio, indagini complesse sulle organizzazioni criminali di stampo mafioso, nonché su eclatanti episodi di corruzione, noti allora come “Tangentopoli siciliana”.
Livatino esaminava i conti bancari, i sequestri, i documenti. Insomma, faceva il suo dovere. E lo faceva così bene ed era incorruttibile al punto che i clan locali della Stidda (l’organizzazione criminale di tipo mafioso dell’agrigentino) iniziarono ad avere paura di lui. Paura di un ragazzo dalla faccia “pulita”.
Sulle sue agende scriveva sempre una sigla: S.T.D., che sta per Sub Tutela Dei (sotto la protezione di Dio): aveva una fede incrollabile, che gli dava la forza di andare avanti anche quando sapeva di essere nel mirino, lavorando senza scorta per non mettere in pericolo altre vite oltre alla sua. E proprio solo si trovò quella mattina di settembre, a bordo della sua vecchia Ford Fiesta color amaranto, quando i killer lo speronarono e lo inseguirono in una scarpata per ucciderlo.
Oggi Rosario Livatino è stato persino proclamato beato dalla Chiesa, il primo magistrato martire.
Ma cosa lascia a noi ragazzi la sua storia? Un messaggio importante: per combattere l’ingiustizia non serve essere dei supereroi col mantello. Non serve avere milioni di follower o cercare la fama. Serve l’impegno quotidiano. Livatino ci insegna che il vero coraggio è fare la propria parte, ogni singolo giorno, con onestà e senza fare sconti a nessuno. Anche quando nessuno ti guarda. Anche quando costa fatica.
È una lezione enorme, e penso che questo “giudice ragazzino” meriti di essere ricordato più spesso.
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