Ci sono state menti capaci di cambiare il corso della storia non attraverso battaglie o scoperte geografiche, ma attraverso la forza delle loro idee. Questi intellettuali hanno costruito le fondamenta del nostro modo di vedere il mondo, ponendo domande che ancora oggi ci spingono a riflettere su chi siamo.
Il primo grande pensatore è Platone, che ha influenzato tutta la filosofia occidentale. La sua famosa “Teoria delle Idee” ci dà un grande insegnamento: ci invita a non fermarci alle apparenze di ciò che vediamo. Platone diceva che esiste un luogo oltre i nostri sensi, chiamato Iperuranio, dove si trovano le “Idee”, ovvero i modelli perfetti di tutte le cose. Il mondo terreno in cui viviamo noi, invece, è solo una copia imperfetta di quella realtà superiore.
Platone divideva queste idee in due categorie: le idee-valori, come il Bene e la Giustizia, e le idee matematiche. Ma come facciamo a conoscerle se si trovano in un altro mondo? Secondo il filosofo, conoscere è ricordare: la nostra anima è eterna e ha visto le idee prima di nascere, quindi studiare serve a riportare alla luce ciò che abbiamo dimenticato.
Possiamo ritrovare il pensiero di questo filosofo in alcune piccole situazioni quotidiane. Per esempio, quando cerchiamo il nostro “partner ideale”, l’”amicizia perfetta” o il nostro “lavoro dei sogni”, stiamo applicando proprio la teoria di Platone: siamo consapevoli che nel mondo reale le cose sono imperfette, ma nella nostra mente abbiamo un modello di perfezione a cui si fa riferimento. Oppure, al giorno d’oggi, in un’epoca in cui viviamo dentro i social, Platone ci insegna che non dobbiamo fermarci alle apparenze e credere a tutto ciò che vediamo, ma dobbiamo guardare “oltre” la superficie per cercare la verità delle cose usando la ragione.
Sigmund Freud ci ha insegnato a guardare “dentro” di noi. Come padre della psicoanalisi, Freud ha dimostrato che non siamo fatti solo di logica, ma che dentro di noi c’è un mondo nascosto che decide per noi senza che ce ne accorgiamo. Per spiegarlo, ha paragonato la nostra mente ad un iceberg: la punta visibile è il conscio, quindi ciò di cui siamo consapevoli, mentre la parte sommersa è l’inconscio, dove una forza chiamata “rimozione” nasconde i nostri traumi e conflitti passati. Per curare le persone, Freud usava il metodo delle associazioni libere: faceva sdraiare i pazienti su un lettino e li invitava a parlare di qualsiasi cosa gli passasse per la mente. Inoltre sfruttava il “transfert”, cioè il legame di fiducia che si creava con il medico e che aiutava i pazienti a trovare la forza di affrontare i propri traumi.
Secondo Freud, la nostra personalità nasce dall’equilibrio tra tre forze: l’Es, la parte istintiva che cerca solo il piacere, il Super-io, le regole e le proibizioni che ci hanno insegnato fin da piccoli, e l’Io, la parte cosciente che deve equilibrare le pressioni di queste due forze e quelle del mondo esterno. Quando l’Io non riesce a bilanciare queste forze, l’inconscio si camuffa ed emerge attraverso i sogni, i lapsus, cioè degli errori nel parlare, o i sintomi di una nevrosi, ovvero una forte sofferenza emotiva in cui chi ne soffre è perfettamente consapevole di stare male e che le sue reazioni sono esagerate, ma non riesce a controllarle. Il suo grandissimo merito è stato insegnarci ad ascoltare le nostre emozioni profonde, facendoci capire che non siamo sempre padroni assoluti della nostra mente.
Anche le sue grandi scoperte le ritroviamo in azioni che fanno parte della nostra vita quotidiana. Per esempio, se oggi andare dallo psicologo o fare psicoterapia è considerata una cosa normale e fondamentale per stare bene, lo dobbiamo alla sua intuizione che i conflitti nascosti vadano affrontati parlandone. Oppure, immaginiamo una situazione in cui dobbiamo andare in un luogo o a un appuntamento che ci crea forte ansia, noia o fastidio, ma a cui siamo “obbligati” a partecipare per dovere o per educazione. La nostra mente cosciente si impone di andare, prepara tutto e si avvia. Ma la nostra parte inconscia, che detesta quell’impegno e vorrebbe solo evitarlo, sabota i nostri piani: ci fa dimenticare le chiavi di casa, il portafoglio o il biglietto, costringendoci a tornare indietro, a perdere tempo o addirittura a saltare l’appuntamento. E ciò non accade per una semplice dimenticanza, ma perché la nostra mente usa queste azioni per dire la verità.
L’ultimo grande intellettuale di cui parleremo è Mahatma Gandhi. Lui è stato il leader che ha guidato l’India verso l’indipendenza, ma ha fatto qualcosa di ancora più grande: ha dimostrato a tutto il mondo che non serve la violenza per vincere le battaglie. Gandhi ha inventato un metodo di lotta basato sulla non-violenza e sulla disobbedienza civile, cioè protestare pacificamente senza mai usare le armi. Per liberare il suo popolo dal dominio dei britannici, ha guidato proteste famose come la “Marcia del sale” nel 1930, finendo in carcere e facendo lunghi scioperi della fame, fino a raggiungere l’indipendenza nel 1947.
Il suo pensiero è attualissimo oggi che sentiamo continuamente parlare di guerre nei telegiornali. Molti credono che le armi siano l’unico modo per difendere i diritti o riportare l’ordine, ma la guerra porta solo distruzione e sofferenza per i civili. Gandhi ci insegna che la violenza non è mai obbligatoria e che i problemi tra i Paesi si possono superare collaborando.
Il segno che ha lasciato oggi lo vediamo in tantissime cose: ogni volta che assistiamo a una manifestazione pacifica in piazza, a un sit-in o a uno sciopero dei ragazzi per il clima, stiamo vedendo applicata la sua idea di protesta. Inoltre, il suo esempio ha ispirato altri grandissimi personaggi della storia, come Martin Luther King in America e Nelson Mandela in Sudafrica. Gandhi ci ha dimostrato che la pace non è una debolezza, ma una scelta coraggiosa, e che la forza di una sola persona può cambiare il destino di un popolo intero. Come diceva lui: “È una bestemmia dire che la nonviolenza possa essere praticata solo dagli individui e mai dalle nazioni”.
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