Il 6 aprile viene celebrata la Giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace, istituita dall’Assemblea Generale dell’ONU come riconoscimento al contributo positivo che lo sport può dare alla realizzazione dello sviluppo sostenibile e all’avanzamento dei diritti umani. La ricorrenza viene celebrata ogni anno in tutto il mondo, in memoria della data di inizio dei primi Giochi Olimpici dell’era moderna del 1896, che si svolsero ad Atene.
Fare sport, in effetti, non significa solo mantenere una buona salute e tenersi in movimento, è qualcosa di molto più profondo, che forma le persone veicolando valori come il rispetto di sé, degli altri e dell’ambiente, parità di opportunità, solidarietà. Aiuta a maturare, cioè ad ammettere i propri limiti, ma evidenziando le proprie potenzialità, costruisce il successo sulla fatica fisica, insegnando la disciplina, stimola il confronto continuo con sé stessi e con gli altri con spirito critico.
Lo sport si ricollega anche al quinto obiettivo dell’agenda 2030: raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze. Tradizionalmente, lo sport è stato dominato da figure maschili, sia come praticanti che come dirigenti. Tuttavia, negli ultimi decenni, si è assistito ad una crescente partecipazione femminile, sia a livello amatoriale che agonistico. Questa evoluzione ha portato a una maggiore visibilità delle donne nello sport e ha contribuito a sfidare gli stereotipi di genere. Offrire a ragazze e ragazzi le stesse opportunità di partecipazione e sviluppo in ambito sportivo è essenziale per promuovere l’empowerment femminile.
In occasione delle Olimpiadi invernali del 2026, Papa Leone ha diffuso un messaggio sulla costruzione della pace tramite lo sport: “L’istituzione della Tregua scaturisce dalla convinzione che la partecipazione a competizioni regolamentate costituisca un cammino individuale e collettivo verso la virtù e l’eccellenza. Quando lo sport è praticato in questo spirito e con queste condizioni, esso promuove la maturazione della coesione comunitaria e del bene comune. Lo sport può e deve essere spazio di accoglienza, capace di coinvolgere persone di diversa provenienza sociale, culturale e fisica. La gioia di essere insieme, che nasce dal gioco condiviso, dall’allenamento comune e dal sostegno reciproco, è una delle espressioni più semplici e più profonde di umanità riconciliata.”
Mi viene in mente un episodio bellissimo di condivisione, avvenuto durante le olimpiadi di Tokyo: l’atleta italiano Gianmarco Tamberi e il qatariota Mutaz Essa Barshim erano a parimerito nella finale del salto in alto, e avrebbero dovuto eseguire un salto per lo spareggio; i due invece hanno chiesto se fosse possibile avere due ori, si sono guardati, e hanno scelto di condividere questo momento indimenticabile. Penso che questo sia un messaggio bellissimo, che ci dimostra che insieme si può arrivare dove da soli è impossibile.
Senza dover necessariamente arrivare alle Olimpiadi, anche nella nostra città lo sport è un modo per sensibilizzare su diversi temi: per esempio l’evento “Palermo in Rosa”, finalizzato alla sensibilizzazione contro la violenza sulle donne e i femminicidi, è una corsa simbolica a passo libero, anche camminata, estesa per circa 3 km tra le vie della città, con lo scopo di “dipingere Palermo di rosa”, aperta a tutti, come espressione di inclusività e di apertura sociale.
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