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Giovani e politica: libertà è partecipazione

Immagine in evidenza tratta dal web

La partecipazione delle nuove generazioni alla vita pubblica rappresenta il battito cardiaco di ogni democrazia sana. Eppure, il panorama attuale restituisce un’immagine contraddittoria: da un lato, un’istituzionalizzazione debole e un calo numerico preoccupante; dall’altro, una partecipazione che trova strade alternative, dai movimenti di piazza alle piattaforme digitali. In Italia, la questione giovanile è anzitutto una questione di numeri. Siamo il Paese europeo con il più grave squilibrio generazionale, dove gli elettori tra i 18 e i 35 anni rappresentano appena il 17% del totale. Questa scarsa consistenza numerica si riflette in una “invisibilità” parlamentare: nonostante la Costituzione permetta l’elezione alla Camera a 25 anni, i giovani eletti sono una minoranza esigua (sotto il 7%). Il dato più allarmante riguarda il crollo degli under 35 in Parlamento, passati da 133 a soli 27 tra il 2018 e il 2022. Questa marginalizzazione è alimentata da barriere strutturali, come la riduzione dei seggi e dinamiche di partito che spesso vedono i giovani come “sfidanti” da contenere anziché come risorse da formare. Di conseguenza, le priorità individuali — completamento degli studi e inserimento nel mercato del lavoro — finiscono per oscurare l’ambizione politica attiva, relegandola in secondo piano rispetto alla sopravvivenza socio-economica. Nonostante l’elevato astensionismo elettorale, i dati dell’Allianz Foundation Next Generations Study rivelano che i giovani italiani non sono apatici. Al contrario, mostrano una resilienza democratica superiore rispetto ai coetanei europei: sono i meno attratti da nostalgie regressive o tattiche violente e i più attivi nell’impegno civico (il 47% ha partecipato ad azioni collettive).

In questo contesto, il mondo digitale è diventato la nuova “piazza”. Un ruolo  importante nel coinvolgimento dei giovani sul piano politico non lo giocano più tanto i comizi tradizionali, quanto le piattaforme digitali.I social media non sono più soltanto strumenti di intrattenimento, ma veri incubatori di coscienza politica. Attraverso la divulgazione di idee e la semplificazione di temi complessi, i giovani *influencer* civici e gli attivisti digitali riescono a mobilitare l’opinione pubblica su temi come il clima, i diritti umani e la giustizia sociale, colmando il vuoto lasciato dai partiti tradizionali. Il recente referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026 ha segnato un punto di svolta nel rapporto tra le nuove generazioni e la politica italiana: nonostante i sondaggi iniziali parlassero di un possibile disinteresse, il risultato finale è attribuibile proprio alla partecipazione degli under 35. Evidentemente, i giovani hanno voluto pronunciarsi su un quesito sentito come decisivo. Il sociologo Nicola Maggini ha definito questa partecipazione come “intensa e selettiva”: i giovani non danno un assegno in bianco ai partiti, ma scendono in campo quando ritengono che siano in gioco i pilastri della democrazia. A livello sovranazionale, si registra un paradosso: i giovani nutrono più fiducia nelle istituzioni europee che in quelle nazionali, tuttavia, Bruxelles è ancora percepita come un “labirinto” distante. Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) sta tentando di invertire la rotta, proponendo il passaggio dalla semplice consultazione alla co-creazione. Non è più sufficiente invitare i giovani al tavolo a decisioni già prese; è necessario che siano co-autori delle politiche fin dalla definizione dei problemi. Temi come la salute mentale, la precarietà abitativa e la crisi climatica non possono essere risolti senza l’esperienza diretta di chi li vive sulla propria pelle. Il “Test Giovani” del CESE mira proprio a questo: integrare strutturalmente la prospettiva generazionale in ogni processo legislativo. Molte cose si potrebbero fare in questa direzione, in particolare modifiche ai sistemi elettorali, per favorire la presenza giovanile nelle liste, rafforzamento dell’educazione civica e valorizzazione del volontariato. Il futuro dell’Europa e dell’Italia non si decide domani; lo stiamo plasmando oggi, a seconda dello spazio che decideremo di concedere o di conquistare per le voci delle nuove generazioni.

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