Il Rinascimento segnò per la moda una vera rivoluzione: l’Italia diventò il centro del mondo e le grandi corti dettarono le regole dello stile. Con la nascita di una borghesia ricca, il desiderio di apparire belli si diffuse ovunque: le scollature delle donne diventarono più ampie e i corsetti diventarono aderenti e misero in evidenza il corpo. Si diffuse la passione per i cosmetici, per i profumi e per le acconciature elaborate con parrucche o trecce finte. L’ideale di bellezza dell’epoca era la pelle chiarissima e i capelli biondi o rossi. Figure iconiche come Isabella d’Este, Lucrezia Borgia e Caterina de’ Medici diventarono dei veri modelli di stile a cui ispirarsi. Gli uomini preferivano la sobrietà, indossavano lunghe toghe nere o, per i gradi più alti, il “cremesino”, una toga rossa pregiata. Non mancavano preziosi mantelli e cappelli di varie forme.
Successivamente nacquero tessuti spettacolari come i “diaspri”, i “damaschi”, i “velluti” e i “broccati”, spesso decorati con fili d’oro. Inoltre, grazie ai commerci con l’Asia e l’Africa, arrivarono nuovi filati e stoffe stampate che arricchirono ancora di più le possibilità dei sarti dell’epoca.
A partire dal 1.500, la moda europea diventò ricca di decorazioni come “legacci”, “gorgiere” e “passamanerie”. Le donne delle corti vivevano una vera e propria sfida fisica in nome dell’eleganza. I corsetti e i busti erano strettissimi, tanto da imprigionare il torace e il seno. Sulle spalle comparvero gli “sbuffi”. Le maniche potevano essere strette e lunghe, ma col passare del tempo si accorciarono, arricchendosi di pizzi e merletti raffinati. Un elemento molto importante di quest’epoca è la “faldiglia” o “guardinfante”, una struttura rigida e larga che si indossava sotto la gonna e che poi prenderà il nome di “crinolina”. Inizialmente era nata per proteggere la gravidanza; poi si sviluppò come una vera tendenza stilistica.
Con l’epoca illuminista, l’abbigliamento maschile divenne più razionale e sobrio. Al contrario, la moda femminile esplose nella frivolezza. Non erano più solo le nobili a vestirsi bene, ma anche le “signore” della nuova borghesia che frequentavano salotti e teatri. Le scollature diventarono più appariscenti e nacquero grandi soprabiti detti “andrienne”. La Francia aveva introdotto la “piece d’estomach”, una pettorina ricamata che nascondeva il corsetto e i grandi soprabiti si ridussero in aderenti giacche chiamate “pet en l’air”.
La fine dei privilegi nobiliari e il trionfo della borghesia portarono a una vera rivoluzione anche nel modo di vestire, mirata ad una maggiore semplicità. Prima della Rivoluzione Francese andavano di moda abiti complessi. Con la Rivoluzione francese nacque l’“Habit-chemise”, la pettorina e la gonna vennero tagliate su un unico pezzo di tessuto. Alcune donne rivoluzionarie, rifiutarono le sottogonne pesanti e il busto, cercando una forma di liberazione dal controllo sociale del corpo femminile, che per secoli era stato letteralmente “imprigionato” da regole rigidissime. Anche nell’abbigliamento maschile si puntò ad una maggiore semplicità. Gli uomini abbandonarono i calzoni al ginocchio e iniziarono ad indossare i calzoni lunghi fino al piede. Si iniziò ad utilizzare anche la giacca detta “carmagnola” e così nacque l’abito “alla finanziera”, simbolo della nuova borghesia. I colori diventarono scuri e sobri.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio della Prima Guerra Mondiale, l’Europa vive l’epoca della Belle Epoque, in cui spopolò lo stile Liberty. La moda femminile cambiò obiettivo: non voleva più nascondere il corpo, ma esaltarlo seguendo una linea a “S”, che metteva in risalto il seno e il fondoschiena. I corsetti accentuavano le forme, la vita era sempre stretta e l’abito era costituito da una gonna lunga e da una giacca su misura: nacque così il “tailleur”. Si accese la competizione tra le prime grandi case di moda, le “maison”, per creare vestiti perfetti per la vita all’aria aperta, con gonne alla caviglia e decorazioni eleganti come nastri e pizzi.
Dopo la Prima Guerra Mondiale, lo stile di vita diventò più dinamico e la moda si semplificò. Sotto l’influenza di scuole come il Bauhaus, gli abiti diventarono più armoniosi e meno carichi di decorazioni. Grandi sarti come Paul Poiret iniziarono a creare abiti semplici, privi di corpetto, casacche, gonne semplici e pantaloni alla turca. Inoltre, l’Europa era sotto la forte influenza nipponica che ha creato uno stile chiamato “Japanisme”, ispirato alle decorazioni orientali e forme ispirate al kimono.
Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, il cambiamento divenne ancora più netto: nacque lo stile “à la garçonne“, con donne dai capelli corti e abiti di ispirazione maschile. In questo scenario emerse Coco Chanel, che divenne un’icona mondiale creando vestiti eleganti ma incredibilmente comodi.
Nel secondo dopoguerra, l’influenza americana portò inizialmente verso una moda più industriale e standardizzata, ma l’Europa reagì presto con una nuova ondata di eleganza. Il protagonista assoluto di questa rinascita fu Christian Dior, che nel 1947 lanciò il “New Look”: un’immagine di donna moderna caratterizzata da una vita strettissima e gonne ampie e impeccabili.
Nel 1951, una storica sfilata di Firenze diede avvio ufficialmente al Made in Italy, simbolo di una raffinatezza che univa alta qualità sartoriale e libertà di movimento. Con il boom economico, l’eleganza non fu più un’esclusiva dei nobili: nacque il “prêt-à-porter”, la moda “pronta da indossare”, che dagli anni ’70 portò le collezioni degli stilisti nelle grandi città del mondo attraverso sfilate che divennero veri e propri eventi mediatici.
Tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70, la rivoluzione studentesca e i movimenti Hippy trasformarono radicalmente il modo di vestire, rendendolo un simbolo di ribellione. Si affermarono i “Blue Jeans”, nati originariamente a Genova come tessuto marinaro ligure, i camicioni indiani e uno stile volutamente “povero” in contrasto con il capitalismo. In questo clima di libertà, la stilista Mary Quant inventò la minigonna, resa celebre dalla giovanissima modella Twiggy, mentre stilisti come Yves Saint Laurent iniziarono a portare lo stile di strada nell’alta moda, facendosi influenzare dalla musica Rock e dalla Pop Art.
Negli anni ’80, l’Italia divenne la protagonista assoluta della moda mondiale. Accanto a nomi storici come Valentino e Gucci, si affermarono grandissimi stilisti come Giorgio Armani e Gianni Versace, seguiti da icone come Prada, Dolce & Gabbana e Moschino. Fu il decennio del ritorno al lusso e al glamour, incarnato dalle celebri “Big Six”, le supermodelle come Naomi Campbell e Claudia Schiffer, che diventarono vere e proprie star mondiali, portando il Made in Italy sulla vetta del successo internazionale.
Alla fine del XX secolo, il sistema della moda entrò in una fase di profonda trasformazione. Se da un lato il dominio dei grandi marchi aveva portato a una “democratizzazione” dello stile, rendendo i look più simili tra loro, dall’altro nacquero identità giovanili molto forti. La moda non cercava più solo l’esclusività, ma diventò un linguaggio per mostrare l’appartenenza a un gruppo: l’abbigliamento si fuse con il corpo stesso attraverso tatuaggi e piercing, vissuti come accessori permanenti.
Tuttavia, negli ultimi anni, hanno iniziato a emergere anche i lati oscuri del settore, come l’impatto ambientale e lo sfruttamento della manodopera. In risposta a questo modello troppo materialista, si sta diffondendo una nuova sensibilità legata alla sostenibilità: nascono le culture del riciclo e del riuso, il recupero del vintage e l’uso di tessuti naturali. Oggi, grazie anche all’e-commerce, la moda si sposta verso nicchie di mercato dove le persone condividono valori e stili di vita, cercando di ritrovare originalità in un mondo sempre più omologato.
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