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CURIOSITA'

Viaggio tra i sapori della Sicilia dai dolci alle specialità salate (Agrigento)

  • macco di fave secche

  • Minestra di San Giuseppe

  • 'U Cciarduni

Agrigento è una delle province siciliane più conosciute, nota soprattutto per la Valle dei Templi, patrimonio UNESCO, ma anche, come tutti i territori siciliani, per i suoi cibi tradizionali. D’altronde la città dei templi è circondata da rigogliosi paesaggi agricoli fra cui spiccano quelli caratterizzati dalla presenza di ulivi centenari e di mandorli. A questi ultimi è addirittura dedicata una festa, quella del “mandorlo in fiore” che celebra la bellezza della primavera e i valori universali della pace e della fratellanza tra i popoli.

La cucina agrigentina presenta una vasta varietà di tradizioni dovuta sia alle influenze delle diverse dominazioni sia alla diversità fra le varie zone della provincia che offrono prodotti differenti: infatti sulla costa la gastronomia è legata al pesce, mentre nell’entroterra le produzioni principali sono i frutti dell’agricoltura come, per esempio, le arance di Ribera, l’uva di Canicattì, le olive e l’olio di Caltabellotta.

Un piatto antico e gustoso, diffuso in tutta la Sicilia, ma considerato la pietanza tipica del paese di Raffadali (detto appunto u paisi du maccu) è il maccu ri favi, una crema densa che si prepara con le fave secche o fresche, inserita nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani (P.A.T.) del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali. L’origine del piatto risale al tempo degli antichi Greci e Romani: nella commedia “Le rane”, il commediografo greco Aristofane rappresenta Eracle che, per ritemprarsi, mangia un piatto a base di fave schiacciate che, probabilmente, sarebbe proprio la pietanza di Raffadali. Infatti il termine “maccu” deriva dal latino “maccare” che significa “schiacciare”. Il maccu è un piatto povero, ma molto nutriente, della cucina contadina, realizzato con una cottura prolungata delle fave a cui vengono aggiunte verdure varie, solitamente bietole, ma anche finocchietto selvatico o altre verdure di stagione. La crema così ottenuta, servita con il solo condimento di olio extravergine di oliva, viene consumata come minestra o piatto unico. A Raffadali questa pietanza viene tradizionalmente preparata e degustata in occasione della “Festa della Madonna del Rosario”, nel mese di ottobre, mentre in molte altre parti della Sicilia si gusta il 19 marzo, in occasione della festa di San Giuseppe.

Nell’agrigentino, invece, San Giuseppe viene onorato con la preparazione della cosiddetta “minestra di san Giuseppe”, una zuppa a base di ingredienti poveri, e cioè legumi (fave, fagioli, ceci, lenticchie) e verdure (sedani, carote, cipolle, cardi, bietole), cotta su fuoco a legna all’interno dei callaruna,degli enormi pentoloni, e arricchita con la pasta. Secondo la tradizione, la minestra veniva preparata in gran quantità dalle famiglie che avevano ricevuto una grazia e offerta alle persone più bisognose.

Per quanto riguarda i dolci, nella zona di Agrigento si può gustare ‘u cciarduni, un cilindro di pasta frolla coperto di granella di mandorle tostate e riempito con crema di ricotta a cui vengono aggiunte scaglie di cioccolato. Simile, ma dal sapore molto diverso, al più famoso cannolo, è il dolce tipico della cittadina di Bivona, la cui economia era legata alla pastorizia, grazie alla quale si produceva la ricotta, e ai mandorleti del territorio. Purtroppo non si sa l’origine del cciarduni, anche se alcuni studiosi lo hanno voluto collegare al cialdone, dolce toscano (di cui era particolarmente ghiotto Lorenzo de’ Medici che addirittura gli dedicò un componimento) che però ha una pasta molto più sottile ed è ripieno di panna e non di ricotta.

La cucina agrigentina, come le altre tradizioni culinarie siciliane, si conferma un mosaico di sapori che fonde influenze storiche e prodotti della terra, trasformando la semplicità in eccellenza gastronomica. Dalla cremosità del maccu di Raffadali alla dolcezza del cciarduni di Bivona, il viaggio tra i sapori dell’agrigentino celebra il legame profondo tra storia, devozione e territorio, legame che rende la tavola un patrimonio culturale vivo e condiviso.

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